La settantaseiesima edizione del Festival di Sanremo si è chiusa com’era giusto che si chiudesse: con il Teatro Ariston in delirio, Mara Venier trascinata in pista da un vincitore che non sembrava credere ai propri occhi e quella sensazione, rarissima, di aver assistito a qualcosa di genuinamente imprevedibile. Sal Da Vinci ha vinto. E lo ha fatto in modo così travolgente, così senza filtri, così autenticamente popolare, da mettere tutti davanti a una domanda semplice: com’è possibile che in tanti non l’avessero visto arrivare? La risposta, a pensarci bene, è ancora più semplice: a Sanremo vince chi sa emozionare davvero. E lui, quella sera, ha emozionato tutti.
Ma la finale è stata molto più di una vittoria. È stata uno spettacolo doppio, quasi contraddittorio, come sempre accade all’Ariston: da una parte le luci, i cappelli da cowboy di J-Ax, le mossette virali di “Per sempre sì”, Nino Frassica che smontava e rimontava la realtà con precisione chirurgica; dall’altra uno schermo nero con 301 nomi, il silenzio pesante di un teatro intero, le parole misurate e dolorose di Gino Cecchettin. Una serata lunga, imperfetta, gonfia di momenti memorabili e di qualche scivolone di troppo. Insomma, Sanremo.
I momenti che resteranno di questa finale
Partiamo dall’inizio, anzi dal momento più alto, quello che ha fermato tutto. Lo schermo si spegne. Sul nero scorrono 301 nomi, le donne uccise dal 2023 ad oggi. Nessuna musica, nessun commento. Poi sale Gino Cecchettin, padre di Giulia, e parla con quella calma che solo chi ha attraversato l’abisso riesce a trovare. Ha detto che la scelta era tra l’annichilirsi e trasformare il dolore, e che lui ha scelto la seconda strada seguendo l’esempio di Giulia. L’Ariston si è alzato in piedi. È stato il momento più alto non solo della serata, ma probabilmente dell’intera edizione.
Nino Frassica è stato, ancora una volta, la spanna sopra tutto il resto. Il suo decalogo del conduttore ideale di Sanremo, con requisiti che includevano la capacità di distinguere un microfono da un’anguilla e l’obbligo di rifiutare i Jalisse, ha fatto ridere il teatro in modo liberatorio. Non è intrattenimento, è un antidoto alla retorica. Nel mare di solennità della serata, la sua anarchia surreale era ossigeno puro.
Andrea Bocelli è arrivato all’Ariston a cavallo su un destriero bianco sulle note del Gladiatore. Immagine epica? Forse. Necessaria? Assolutamente no. Eppure, una volta sul palco, ha ricordato perché è Bocelli: voce intatta, presenza impeccabile, “Con te partirò” che fa ancora quello che ha sempre fatto. Il Premio Città di Sanremo era meritatissimo, la cavalcata napoleonica era decisamente evitabile.
Giorgia Cardinaletti ha tenuto la barra dritta per tutta la serata con quella compostezza che viene dall’informazione e non dal varietà. Il suo momento più alto è stato nell’apertura, quando ha dato peso alle parole sul conflitto in Iran senza appesantirle. Qualche passo indietro di troppo nei momenti di leggerezza, ma in una serata che oscillava tra il grave e il frivolo, la sua linea di credibilità non ha ceduto.
E poi c’è stata la finale delle mamme. Sayf che scende in platea e porta la madre sul palco, Samurai Jay che la abbraccia sulle scale, Tommaso Paradiso che le urla “Ti amo” come se nessuno guardasse. Tenerezza autentica, certo, ma a un certo punto l’Ariston sembrava il cortile di un oratorio il giorno della festa della mamma. Bello, ma con parsimonia.
Il pagellone della finalissima
Sal Da Vinci – “Per sempre sì”
Dal primo momento in cui è salito sul palco dell’Ariston questa settimana, aveva tutto: professionalità, un brano orecchiabile che in pochi giorni era già sulla bocca di tutti, e una voglia di divertirsi che trasmetteva in platea senza sforzo.
Quando Carlo Conti ha iniziato a leggere i nomi in classifica, lui sembrava genuinamente incredulo, e quell’incredulità era la cosa più bella della serata. In finale ha trascinato Mara Venier in un ballo che vale più di mille acuti.
L’ultimo cantante solista napoletano a vincere Sanremo era stato Massimo Ranieri nel 1988: trentotto anni di attesa erano evidentemente abbastanza. Voto: 9
Sayf – “Tu mi piaci tanto”
La vera sorpresa dell’edizione intera. Arrivato come oggetto non identificato, è uscito amatissimo, secondo classificato e già punto fermo delle playlist italiane.
La sua folk-rap sull’Italia che non va ma si ama ha mainstreamizzato il maranza con una leggerezza che sembrava impossibile. Il momento con la madre portata sul palco a ballare era commovente, con un pizzico di calcolo narrativo che però non guasta il risultato finale. Voto: 8
Ditonellapiaga – “Che fastidio”
Ha portato una canzone-elenco ironica e ammiccante, è partita così così ed è arrivata terza con piena dignità. Il colpo di genio è stato TonyPitony: quell’incontro-scontro tra il pop per il pubblico LGBTQ+ e la canzone da sessuomane di terza elementare interpretata come una romanticheria ha segnato questa edizione tanto quanto il brano stesso.
Messaggio fondamentale: il pop non va preso troppo sul serio. Voto: 8,5
Arisa – “Magica Favola”
Ogni volta che torna a Sanremo il ritornello è sempre lo stesso: ah, se solo avesse canzoni migliori. Ma la bravura di un’interprete sta anche nel tirare fuori il massimo da quello che si ha per le mani, e lei lo fa con una classe che fa scuola.
Presenza scenica impeccabile, interpretazione misurata, lieto fine meritato. Il quarto posto è giusto. Voto: 8
Fedez e Masini – “Male necessario”
Erano i favoriti dalla vigilia, e la canzone piaceva davvero. Il problema è che funzionava come un riassunto senza fantasia degli stili di entrambi: il ritornello melodico di Masini alla Masini, le strofe confessionali di Fedez.
Un’operazione riuscita per rafforzare l’immagine del rapper dopo mesi di gossip e polemiche sulla vita privata, ma si percepiva il meccanismo sotto la superficie. Il quinto posto è onesto. Voto: 7
Nayt – “Prima che”
Il suo rap è fuori dai luoghi comuni del genere, e “Prima che” è già ai vertici delle classifiche streaming italiane. Non occupa il palco come altri, resta un passo indietro rispetto alla centralità scenica che il Festival richiederebbe, ma il pezzo ha una consistenza vera.
Una delle presenze più solide di questa edizione, senza fronzoli. Voto: 7,5
Fulminacci – “Stupida sfortuna”
Zitto zitto, con quella giacca oversize e l’aria sempre seria, ha fatto uno dei Festival più solidi della stagione senza che quasi nessuno se ne accorgesse in tempo reale. “Stupida sfortuna” è una canzone costruita bene, con quella capacità rara di sembrare leggera mentre dentro ci stai davvero. Il Premio della Critica era sacrosanto.
La scelta stilistica di evocare un’altra epoca, un pop più artigianale e meno levigato, lo ha fatto emergere dal mucchio senza urlare. Ha scelto la via della sottrazione in un Festival che spesso premia l’eccesso: e ha avuto ragione.. Voto: 8
Ermal Meta – “Stella stellina”
Voto politico, come è stato definito da più parti, ma con un merito reale dentro. Ha scelto la via della delicatezza per portare un messaggio contro la guerra in un Festival spesso restio a prendere posizione, e lo ha fatto con quella discrezione che in certi momenti vale più di uno strillo. Voto: 6
Serena Brancale – “Qui con me”
Il nono posto è un’ingiustizia. Voce potente, la scelta di indossare l’abito della madre scomparsa per la finale ha trasformato l’ingresso sul palco in un momento carico di significato, senza costruire teatrini.
L’emozione era autentica e si sentiva. L’enfasi gestuale la porta lontana da dove dovrebbe stare il pop italiano nel 2026, ma a certi livelli di intensità interpretativa si perdona tutto. Voto: 8
Tommaso Paradiso – “I romantici”
Cresceva ad ogni ascolto, come sa fare lui. La canzone funzionava perché Paradiso non ha paura delle sue ossessioni, del ventilatore a pile prima di scendere le scale, del sorriso troppo largo.
La quotidianità spinta, la semplicità come scelta e non come resa: il pop può essere anche così. Voto: 7,5
LDA e Aka 7even – “Poesie clandestine”
Una canzone non particolarmente originale, interpretata però con una leggerezza che all’Ariston non ha mai fatto male. Mezzo punto in più per aver avuto l’idea di portare Tullio De Piscopo nella serata dei duetti: una delle scelte più belle e meno prevedibili dell’intera settimana. Voto: 6,5
Luchè – “Labirinto”
Ha interpretato il passaggio dal rap a Sanremo senza strafare, cercando una via di mezzo tra canzone pop e hip hop che in molti non riescono ad attraversare senza scivolare.
Nei momenti migliori ha trasmesso una coolness imperfetta che era esattamente la cosa giusta. Il duetto con Grignani nella serata cover è stato apprezzato. Voto: 7
Bambole di pezza – “Resta con me”
Non sono avanguardia rock, questo è chiaro. Ma in Italia non si era mai vista prima del 2026 una formazione interamente femminile di questo tipo su quel palco, e questo conta. Il brano era fin troppo addomesticato rispetto al loro stile più duro, ma si divertivano e si vedeva.
La sorellanza merita il voto, anche se la promessa del tatuaggio col viso di Carlo Conti sul braccio rimane uno dei misteri più inquietanti del Festival. Voto: 6,5
Levante – “Sei tu”
Ha una canzone con standing e personalità, e in questa edizione non era una cosa scontata. Brano con una sua eleganza e complessità che l’ha fatta emergere dal mucchio, anche se ad ogni ascolto colpisce un filo in meno.
La regia della serata cover, che ha inquadrato il bacio con Gaia come se fosse un incidente diplomatico, le ha regalato gloria supplementare. Voto: 7,5
J-Ax – “Italia starter pack”
Idea non votabile: presentarsi al primo Sanremo da solista vestiti da texano in pensione circondati da cheerleader e cowboy è un atto di coraggio o di incoscienza, forse entrambe.
Il coro milanesissimo della serata dei duetti era molto meglio del brano in gara, ma a quel punto il patatrac era fatto. Il cappello da cowboy passato all’orchestra nella finale è stato invece uno dei momenti collettivi più riusciti della serata. Voto: 6
Tredici Pietro – “Uomo che cade”
Il vantaggio di essere lì, lo svantaggio di essere il figlio di. Ma in questa edizione è stato il migliore dei nepo baby, e non è un complimento di facciata.
La canzone non è scontata, arriva dopo, ha una sua profondità. Il venerdì ha giocato sporco portando Gianni Morandi come partner, ma se tuo padre è Gianni Morandi, lasciarlo a casa sarebbe stato da sciocchi. Voto: 7
Samurai Jay – “Ossessione”
È già una delle canzoni più ascoltate in streaming, con un’estate italiana difficile in vista. Il momento con la madre portata sul palco ballando era bellissimo, ma veniva troppo a ridosso del momento identico di Sayf.
L’originalità si è diluita nella ripetizione, non per colpa sua ma per un ordine delle esibizioni sfortunato. Voto: 7
Raf – “Ora e per sempre”
Bello rivederlo, i suoi 66 anni sembrano almeno dieci in meno. Il tema del matrimonio come soggetto sanremese è quasi sempre una ricetta per il disastro narrativo, e il pezzo non ha fatto eccezione.
Ma l’emozione con cui l’ha difeso ogni sera era autentica, e la moglie Gabriella inquadrata in platea aggiungeva un tocco di intimità che non stonava. Voto: 6
Malika Ayane – “Animali notturni”
Groove sexy anni Settanta, italo soul-funk orchestrale servito con leggerezza e stile. Se il ritorno al passato deve essere, che sia quello della liberazione, non della conservazione: lei questa distinzione la conosce benissimo.
Una delle presenze più raffinate dell’edizione, anche se il brano non ha mai trovato il picco che avrebbe meritato. Voto: 7,5
Enrico Nigiotti – “Ogni volta che non so volare”
L’idea di portare una canzone sostanzialmente priva di ritornello era buona sulla carta. Il problema è che il testo aveva un surplus di stantio e la personalità non era abbastanza forte da riempire quello spazio.
Una proposta che sembrava arrivare da un’altra edizione del Festival, non da questa. Voto: 5
Maria Antonietta e Colombre – “La felicità e basta”
Una delle sorprese più genuine dell’edizione. Quando vieni dal basso e arrivi a Rai 1 non è detto che tu riesca a cavartela, ma loro lo hanno fatto benissimo perché avevano studiato un progetto durato cinque giorni e avevano dalla loro un duetto tenero, facilmente canticchiabile, con un’atmosfera retrò e una voglia di leggerezza che in questo Festival era merce rara. Voto: 8
Michele Bravi – “Prima o poi”
Le pose studiate, il tormento d’amore, le piccole miserie domestiche, il melodramma pop manierato. Michele Bravi è un bravo interprete, ma “Prima o poi” è rimasto un esercizio di stile, elegante e preciso, senza il guizzo che avrebbe trasformato la bravura tecnica in qualcosa di memorabile. Voto: 6
Francesco Renga – “Il meglio di me”
Prima “Repubblica” di Sanremo, come è stato detto con una crudeltà che conteneva però una verità. Il ritornello spingeva e lui ci ha messo tecnica, ma nel complesso il brano sembrava voler essere la canzone di qualcun altro.
La prossima volta, si spera davvero, andrà meglio. Voto: 5,5
Patty Pravo – “Opera”
L’immagine più nitida del Festival. Il venerdì sera, mentre tutti chiamavano rinforzi, lei il duetto se l’è fatto praticamente da sola, non perché qualcuno l’avesse abbandonata ma perché non aveva bisogno di nessuno.
“Opera” ha il testo più bello di questa edizione. Patrimonio dell’umanità, così com’è. Voto: 9
Chiello – “Ti penso sempre”
È un intruso a Sanremo e lo sa, ha l’aria di chi è stato trascinato sul palco a forza, è stonatello, è malinconico senza magone e senza enfasi. Ed è per questo che funziona. Una delle sorprese più piacevoli dell’edizione per chi non lo conosceva, quasi un alieno benevolo in un Festival molto prevedibile. Voto: 7,5
Elettra Lamborghini – “Voilà”
Ha capito tutto fin dall’inizio: se il Leone d’oro era un miraggio, meglio puntare al FantaSanremo e alla gloria della simpatia. Reclutare Conti e Pausini per un cinque tattico è una mossa da fuoriclasse. “Tanto ho già capito che non vinco un tubo” è già manifesto pop di questa edizione.
Si è divertita lei, ci siamo divertiti noi. Voto: 7
Dargen D’Amico – “AI AI”
Ha cantato scalzo, si è fermato a metà per un liquido zuccherino e ha commentato con una frase che è già filosofia artistica: “Ho i piedi sporchi, ma la coscienza pulita”. E
ssenza di Dargen, con e senza scarpe. Il brano non regge il confronto con le sue precedenti partecipazioni sanremesi, ma lui resta uno dei pochi artisti capaci di mettere temi seri dentro una canzone cazzona senza che sembri una contraddizione. Voto: 7
Leo Gassmann – “Naturale”
A Sanremo bisogna portare un pezzo che esprima in modo chiaro una personalità forte e distinguibile dal mucchio dei trenta in gara. “Naturale” non aveva queste caratteristiche e potrebbe tranquillamente essere stata la canzone di almeno dieci altri concorrenti degli ultimi Festival. Gassmann ha talento, ma questa non era la canzone giusta per dimostrarlo. Voto: 5
Mara Sattei – “Le cose che non sai di me”
È la canzone che stava sempre a metà, mai un picco, mai un’imprudenza, mai un sussulto. Una fiaba d’amore senza l’incanto della fiaba, sempre a galleggiare nella sufficienza senza mai affondarci del tutto né emergerne. La serata dei duetti è andata male. Peccato, perché altrove sa fare molto di più. Voto: 4
Eddie Brock – “Avvoltoi”
Su trenta concorrenti ce ne sono sempre almeno un paio arrivati sul palco dell’Ariston troppo presto, prima che lo stile sia formato e la storia da raccontare sia abbastanza solida. L’ultimo posto in classifica ha confermato sia la fragilità vocale sia la poca padronanza scenica, ma l’esperienza di Sanremo a trent’anni vale comunque più di qualsiasi posizione in classifica. Voto: 4,5
La classifica finale: l’ordine ufficiale dei 30 Big
| Posizione | Artista | Canzone |
|---|---|---|
| 1 | Sal Da Vinci | Per sempre sì |
| 2 | Sayf | Tu mi piaci tanto |
| 3 | Ditonellapiaga | Che fastidio |
| 4 | Arisa | Magica Favola |
| 5 | Fedez e Masini | Male Necessario |
| 6 | Nayt | Prima che |
| 7 | Fulminacci | Stupida fortuna |
| 8 | Ermal Meta | Stella stellina |
| 9 | Serena Brancale | Qui con me |
| 10 | Tommaso Paradiso | I romantici |
| 11 | LDA e Aka 7even | Poesie clandestine |
| 12 | Luchè | Labirinto |
| 13 | Bambole di pezza | Resta con me |
| 14 | Levante | Sei tu |
| 15 | J-Ax | Italia starter pack |
| 16 | Tredici Pietro | Uomo che cade |
| 17 | Samurai Jay | Ossessione |
| 18 | Raf | Ora e per sempre |
| 19 | Malika Ayane | Animali notturni |
| 20 | Enrico Nigiotti | Ogni volta che non so volare |
| 21 | Maria Antonietta e Colombre | La felicità e basta |
| 22 | Michele Bravi | Prima o poi |
| 23 | Francesco Renga | Il meglio di me |
| 24 | Patty Pravo | Opera |
| 25 | Chiello | Ti penso sempre |
| 26 | Elettra Lamborghini | Voilà |
| 27 | Dargen D’Amico | AI AI |
| 28 | Leo Gassmann | Naturale |
| 29 | Mara Sattei | Le cose che non sai di me |
| 30 | Eddie Brock | Avvoltoi |
Una classifica che racconta molto di questa edizione: un Festival nato vecchio, come è stato detto, ma capace di sorprese genuine. Sayf al secondo posto è la conferma che il pubblico premia ancora chi arriva senza meccanismi e porta qualcosa di personale.
Arisa quarta è un nì. Fedez e Masini quinti, nonostante il favoritismo della vigilia, è forse il verdetto più onesto di tutti. E Patty Pravo ventiquattresima, con il testo più bello dell’edizione, è l’ingiustizia che ci porteremo dietro.
La polemica più ignobile del Festival: “Un napoletano non può rappresentare l’Italia”
Nelle ore immediatamente successive alla vittoria di Sal Da Vinci, mentre i social traboccavano di cuori e mossette e l’Ariston era ancora in tripudio, è emerso qualcosa di difficile da ignorare e impossibile da giustificare. Tra i commenti online legati alla sua possibile partecipazione all’Eurovision Song Contest, alcune voci hanno iniziato a circolare con una tesi che, detta così, è già uno schiaffo: un napoletano, con una canzone neomelodica napoletana, non sarebbe degno di rappresentare l’Italia in Europa.
Ci fermiamo un secondo su questa frase, perché merita di essere guardata in faccia senza filtri. Non è una critica musicale. Non è una riflessione sul formato Eurovision e su cosa funzioni o non funzioni in quel contesto. È qualcosa di molto più vecchio e molto più brutto: è il pregiudizio geografico mascherato da giudizio estetico. È quel vizio antico, italiano e profondamente ipocrita, di dividere il Paese in culture degne e culture inferiori, in accenti presentabili e accenti da nascondere, in generi musicali seri e generi che fanno ridere. Ridere di chi, esattamente?
Ignobile è la parola giusta per chi ha scritto quelle cose. Ignobili sono stati i commenti che le hanno amplificate, condivise, incoraggiate. Sal Da Vinci ha vinto il Festival di Sanremo con il voto del pubblico, della giuria demoscopica e della giuria delle radio. Ha vinto con una canzone che in pochi giorni era già sulla bocca di tutti, dal Nord al Sud, nelle piazze e nelle cucine, cantata da Mara Venier su un treno come da uno sconosciuto in metropolitana. Questo è il significato di una vittoria popolare: non la somma di voti tecnici, ma il riconoscimento di un contatto diretto con le persone.
Chi ha scritto che Napoli e la musica napoletana non meritano l’Eurovision ha dimostrato solo una cosa: di non sapere cosa sia la musica italiana, né cosa rappresenti l’Italia nel mondo. La canzone napoletana è parte integrante del patrimonio culturale italiano riconosciuto a livello internazionale. Sal Da Vinci non è meno italiano di chiunque altro perché porta con sé una tradizione che viene da Partenope.
La vittoria a Sanremo 2026 è stata pulita, meritata e travolgente. Chi vuole discutere di Eurovision, di scelte strategiche, di formati e di preferenze del pubblico europeo, lo faccia con argomenti musicali e culturali. Ma la geolocalizzazione del talento, il tentativo di escludere un vincitore legittimo sulla base delle sue origini, non è critica. È vergogna. E di questo, questa settimana, ne abbiamo già vista abbastanza.